
La Sicilia ha una lunga storia e ha anche una lunga storia riguardo al suo rapporto con l’Ebraismo e le realtà ebraiche.
Ringrazio il mio amico Morris Sonnino, il quale mi ha segnalato un bell’articolo (di Ariel Arbib) sul sito”Joi Mag” ed intitolato “Storia degli Ebrei di Sicilia fino al XVI secolo“.
Ne riporto questo stralcio:
“La storia della presenza millenaria degli Ebrei in Sicilia, per secoli rimasta nell’oblio, torna ora ad affascinare ed interessare storici, archeologi ed antropologi che stanno riportando alla luce l’importante ruolo che ebbero gli Ebrei nello sviluppo economico e culturale dell’isola.
La rimozione che c’è stata è stata motivata probabilmente dal pudore di dover narrare tutto ciò che gli Ebrei siciliani dovettero patire secolo dopo secolo, conquista dopo conquista, per mano di coloro che ne furono i potenti e spesso spietati dominatori, ma anche dal rammarico per tutte quelle risorse umane, culturali ed economiche che l’isola e tutto il sud d’Italia persero per sempre dopo la loro espulsione nel 1493.
La storia giudeo-siciliana suscita ora nuovo interesse grazie alle recenti pubblicazioni che hanno avuto per oggetto la riscoperta di antica documentazione, rimasta sepolta per secoli negli archivi storici comunali ed in quelli notarili di molte città siciliane.
Anche importanti e recenti scoperte archeologiche stanno accrescendo le nostre conoscenze della storia ebraica siciliana, lasciando intravedere possibili rivisitazioni dei fatti accaduti tra il III ed il XVI secolo.
Si tratta di resti di siti sinagogali e cimiteri, disseminati un po’ ovunque sul territorio, dove numerose sono le pietre tombali rinvenute sulle quali campeggiano epigrafi bilingui in greco, ebraico o latino con i tipici simboli ebraici della Menorah, dello shofar e della foglia di palma.
Sono stati anche ritrovati numerosi bagni rituali (mikvè), uno su tutti, quello commovente di Ortigia a Siracusa, di recentissima e casuale scoperta, considerato il più antico d’Europa, ricoperto di detriti dagli esuli ebrei prima del suo definitivo abbandono, forse per un senso di pudore o forse perché era ancora viva tra loro la speranza di un ritorno.
Ed ancora più affascinante è la storia del Kior (vasca per lavaggio delle mani) di Siculiana nell’agrigentino (sec. XV), proveniente con verosimile probabilità dalla Sinagoga o dal Cimitero di tale cittadina ed in epoca più tarda trasferito nel Battistero locale per divenirne la fonte battesimale.
Otto bellissime formelle di alabastro, rappresentanti altrettante scene bibliche, erano state apposte attorno alla vasca di magnifica fattura dal suo donatore il quale, aveva voluto ricordare l’evento facendovi scolpire una scritta in ebraico, rimasta coperta per più di cinque secoli e dove oggi si può leggere: “Nell’anno 1475: Samuele figlio di Rabbì Yona Sib’on, riposi in Paradiso”.
Posti ai due lati della scritta gli stemmi reali di Castiglia e di Aragona in onore dei sovrani spagnoli regnanti in quel periodo e che, ironia della sorte, solo diciassette anni dopo decretarono l’espulsione di tutti gli Ebrei oltre che dalla Spagna anche dalla Sicilia.
Questi e tanti altri ritrovamenti sparsi in quasi tutto il territorio siciliano ben testimoniano la sacralità, ma anche l’umiltà, con le quali gli Ebrei siculi vivevano il loro ebraismo, mai veramente ostentato, né mai enfatizzato, come testimoniato dalla modestia e precarietà delle Sinagoghe, quasi sempre ricavate tra gli spazi delle loro abitazioni, a motivo forse della speranza di un agognato ritorno alla terra d’origine: “L’anno prossimo a Gerusalemme!”.
Alla luce di questo, si può certamente affermare che non ci sia stato angolo della Sicilia in cui la presenza ebraica non fosse già radicata ancor prima dell’avvento del cristianesimo e soprattutto durante i quattro secoli precedenti l’espulsione, decretata da quell’infame editto di Granada, siglato nel Gennaio del 1492 dai reali di Spagna, Isabella di Castiglia e da suo marito Ferdinando d’Aragona.
Su incitamento del domenicano Torquemada, questa triade non diede scampo agli Ebrei spagnoli e poco dopo anche a quelli siciliani, obbligandoli alla dolorosa scelta dell’esilio o alla conversione forzata.
Al solo scopo di permettere di sanare ogni loro pendenza economica, l’obbligo di espulsione per gli Ebrei siciliani fu prorogato più volte fino al suo ultimo rinvio del Gennaio del 1493, data in cui si stima che poco più di 40.000 Ebrei furono costretti ad abbandonare l’isola, mentre un numero analogo, trovò un’assai precaria tranquillità, accettando forzatamente la conversione al Cattolicesimo.
L’ininterrotta presenza ebraica in Sicilia, costituita da una miriade di grandi e piccole Comunità, era cresciuta man mano nel corso di più di quindici secoli, in maniera esponenziale, raggiungendo alla fine del XV secolo, una densità così elevata, da venir riconosciuta per quell’epoca, la più alta in Europa. Si stima che circa 80.000 Ebrei abitassero la Sicilia prima della loro cacciata.
Si stanziarono fin dai primordi sulle coste orientali dell’isola prediligendo siti e località vicino a corsi d’acqua indispensabili, oltre che per motivi religiosi, anche per lo svolgimento delle molteplici attività artigianali che intrapresero e per le quali primeggiarono ininterrottamente per secoli.
Preservando le loro tradizioni, vissero un ebraismo autentico, arcaico, e al contempo moderno e dinamico. Anche il loro abbigliamento mantenne per molto tempo caratteristiche legate all’ebraismo, gli uomini infatti indossavano sulle spalle quotidianamente il loro scialle di preghiera il tallet, mentre solo i Rabbini se ne coprivano anche il capo.
Dal loro primo insediamento e fino al IX secolo, la lingua parlata tra gli Ebrei siculi era prevalentemente il latino, il greco o l’aramaico, mentre limitavano l’uso dell’ebraico al solo studio dei testi sacri e alle funzioni religiose.
Con cinquantadue Giudecche, così vengono definiti anche oggi i loro quartieri, sparsi in tutto il territorio siciliano, gli Ebrei arrivarono a costituire a Siracusa la prima comunità organizzata in Italia ed a Palermo la più numerosa.
Nel XIII secolo, a Messina raggiunsero una densità tale che, comparata alla popolazione locale, risultava di circa il cinquanta per cento. Un abitante su due a Messina era quindi un ebreo!”.
Ricordo che la città di Messina fu molto legata all’Oriente.
Da lì, durante il periodo delle Crociate, navi cariche di soldati partivano alla volta di Gerusalemme.
Ora, si dice che in Sicilia coloro che hanno cognomi che si ricollegano a nomi di città abbiano origini ebraiche.
Esempi sono coloro che si chiamano Noto, Di Noto, Messina, Di Messina ecc.
Questo avvenne perché nel 1492 ci fu il Decreto di Alhambra, con il quale i Re Cattolici di Spagna Ferdinando II d’Aragona ed Isabella di Castiglia deciso di colpire le comunità ebraiche spagnole.
Il decreto in questione fu esteso anche alla Sicilia, alla quale, nel frattempo, giunsero anche molti ebrei spagnoli che capirono l’andazzo.
La Sicilia era in mano agli Aragonesi.
Dunque, l’isola era sotto il controllo di re Ferdinando II.
Essa era anche sotto la giurisdizione dell’Inquisizione spagnola, la quale dipendeva dalla corona spagnola e non dal Papa.
Così, gli ebrei si divisero tra coloro che preferirono andare in altri luoghi, come l’Impero Ottomano, e quelli che accettarono una conversione al cattolicesimo più o meno di facciata.
Per assimilarsi meglio, gli ebrei convertiti cambiarono anche i loro cognomi.
Molti di questi ebrei siciliani convertiti assunsero i toponimi, nomi di città, come cognomi.
Stando così le cose, anch’io potrei essere di lontane origini ebraiche, visto che la buonanima di mia madre era una Messina.
Tuttavia, ciò non è chiaro.
Come riporta un articolo di Alexander Beider (sempre su Joi Mag) eve essere ricordato che gli ebrei italiani non sono né sefarditi né ashkenaziti.
Anche nella loro storia passata gli ebrei italiani erano molto più assimilati alla comunità circostante rispetto agli altri.
Infatti, gli ebrei sefarditi parlavano judezmo e quelli ashkenaziti parlavano yiddish.
Gli ebrei italiani parlavano latino ed il volgare italiano.
Usavano l’ebraico solo in sinagoga.
Dunque, vi sono dei dubbi.
Del resto, chi parla di storia deve porsi dei dubbi e fare domande.
Dal canto mio, spero di trovare delle risposte alle mie.
